radollovich

Aprile 16, 2008

WeakiPDia – la dottrina asociale della chiesa

Archiviato in: Uncategorized — radollovich @ 5:43 pm

 

un partito incapace di intercettare i veri umori del paese
deve prodigarsi nella definizione di un pensiero debole
allineato al comune sentire (Gianni Vattimo Fuggente)

 

Superata tutta la retorica cattoclericale del solidarismo e del vecchio magistero sociale, un Partito Democratico veramente calato tra la ggente – e presente nelle taverne del nordest, così come nei rotary del nordest, per tacere dei lupanari di lusso del nordest -  ebbene il Partito deve recepire a fondo la nuova dottrina asociale della Chiesa.

Essenzialmente, la dottrina asociale della Chiesa si fonda sull’equilibrio dei tre cardini trinitari (trentini, entrarono tuttettre trotterellando; e conciliando):

  • l’Uomo, ma già in quanto embrione, purchè bianco eterosessuale, affluente e dotato di almeno una famiglia.
  • il Lavoro, che nobilita l’Uomo (see a’bove)
  • lo Stato: la società organizzata, sì; la garanzia della convivenza individuale, e come no; il perseguimento del bene comune, diamine; ma soprattutto l’otto per mille (sono dieci,in realtà, cosa faccio, lascio?)

Per quanto velocemente compilato su encicliche apocrife (a partire da manoscritti autografi solo adesso scoperti) dal Centro Studi “Winston Bauscia Smith” – legato ad ambienti progressivi della chiesa camuna – il nucleo portante della dottrina asociale è composto da alcuni capisaldi del pensiero umano.

La prima grande enciclica asociale, la Negrum Novarum, si interroga sulla cruciale relazione tra l’inalienabile dignità della persona umana e il giusto compenso. Se (e, diciamo in linea puramente teorica, se) “l’uomo deve essere riconosciuto tale anche quando è retribuito…. e deve avere, quindi, una quantità di salario che gli permetta il giusto sostentamento per sé e per la sua famiglia”, la giusta risposta è il ricorso al lavoro nero. O, come testimoniato dalla consistente evangelizzazione portata avanti sui campi meridionali o tra gli opifici padani, al lavoro del negro.

La non meno nota Quadrigesimo Danno si interroga sul libero mercato, ma poi se ne scorda e, allo scadere dei quarant’anni di servizio, sancisce sì l’ineluttabilità della pensione, ma – avendo assorbito tutti i fondi per l’imminente Giubileo straordinario – propone alternativamente il suicidio dallo scalone (esercizio difficile e necessitante pervicacia e applicazione) o il ripristino della liberalità in forma di elemosina (devolvendone comunque l’ottopermille per la santa stecca).

La definitiva quadratura del corpus teologico matura però nella definitiva esplorazione del conflitto tra i poteri dello Stato, approcciando la scottante questione del potere giudiziario con la celebre enciclica Mater (Incerta) et Magistratura, dove chiaramente – ma con cristiana compassione – si sancisce che la dubbia moralità della genitrice non può non interferire con la serenità del giudizio. Si suggerisce, allora, che l’unica vera vocazione è quella della tonaca, laddove la toga possa e debba essere valorizzata dal libero mercato (senza intaccare i fondi dell’ottopermille per la pia mazzetta)

Il comitato scientifico del Centro Studi “Winston Bauscia Smith” – distratto dalla committenza dellutriana sull’urgente revisione dei libri di testo – non ha ancora messo mano all’ultimo pilastro della saggezza asociale, la Populorum ad Progettum, un’opera dal chiaro impianto progressivo sul tema del co.co.co e della precarietà del lavoro come contrappeso della graniticità della preghiera. Qualunque obiezione vi venga fatta (specie sul borseggio dell’otto per mille) il mantra è “sussidiarietà”.

 

 

 

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