Nobilitando l’arte retriva dell’autosciatto amatoriale, il boemo De Saudek espone al PATTA (Papillione d’Arte Temporanea Tant Alchilo) di Milano una raffinata selezione delle sue immagini.
Culturalmente ancorato all’acchiappa più che al cool, ambiguamente stregato dal sorriso verticale, ma coerentemente refrattario alla posa plastitica, il nostro si mostra massimamente virtuoso nel pompare mamm’aria fritta nelle giunoniche posture di modelle rubizzose.
La dialettica pieno-vuoto, turgido-flaccido, ruvido-umido, apparentemente impastoiata nel cogitus interruptus, finisce invece per stemperarsi nella ficromia che ben contrasta con lo scarno corpo cavernoso cha fa da sfondo.
Non vi è morbosità, nè compiacimento: partito dal complesso adolescenzial-ossessivo della misurazione con l’esposimetro, il nostro arriva a rassicurarsi con un esagerato virtuosismo del diaframma che alfine gli permette di padroneggiare il campo visivo. E se il risultato appare l’ennesima bega mentale su eros e tanatos, si badi invece a come se la sublimena, con tecnica sopraffina e ritmo e vigore.
Partito dal bianco e nero, DeSaudek ci dà dentro di mano manichea, sino a spomparsi in un pittorialismo evirato seppia.
E se il nostro, indifferente alla bellezza, coglie lo strazio dell’astrazione, non si può non riconoscervi un sentore – quasi ferreriano (ciao, maschio) – di onanità, di vittima sacrificale, di autofucus dell’ape reflexina.
Ricco il catalogo (edizioni Zinna D’Omba), corredato di pastelli per colorare gli spazi.
Nostalgica madeleine nel paginone centrale, dove, unendo i puntini numerati, si ottiene un account pro di fick®.