“All’ombra dei depressi e for dall’urne,
‘nfradiciate de pioggia,
è forse il sonno de li mortacci vostri men duro?”
C’è una buona dose di pragmatismo nell’annuncio di ShadoWalter Veltroni sulla “televisione ombra”: come altro definire la visibilità che i prossimi cinque lunghi estenuanti anni di regime riserveranno all’opposizione?
E c’è, pure, un sano impeto visionario nella proposta di una controprogrammazione alla grancassa mediatica “del principale avversario (chè incidentalmente ci ha le reti e piglia li pesci)”.
E una pulsione creativa nel palinsesto che deve opporsi al conformismo governativo sul “tuttovabene, signora mia”.
Un’idea forte, solare, di come non se ne vedevano dal telesogno di Costanzo-Santoro.
Di questa programmazione poco sappiamo, ma possiamo identificare i punti forti:
“L’avita indiretta” rubrica massmedianica di dialogo obliquo con la sibilla cumana del sondaggio (montabis, remontabis non, moriebis imbelle).
“L’Italia sul (popolo)Bue” quotidiano di cronaca mera, pei tinelli di chi usa le pattine sulla cera, ha per cena poco cacio ed una pera ed arriva catatonico alla sera
“Domenica If” contenitore moloch del dì di festa, lottizzato tra le tre componenti – binettiana, dalemiana, veltroniana – a testimoniare che la storia non si fa coi se, bensì coi “ma anche”
“Che tempo, che fake” talk show di controinformazione con argute risposte alle dolorose botte (più dure e durature le botte, però)
“L’Astoria in diretta“: risposta radical chic dal loft al comitato, dal panzanarre al meno; e non chiedetevi quale governo, ma a quale ombra me lo meno.
Finiremo come al solito, in un rigurgito radicalelitario, sommersi da improbabili format importati dall’estero.
Noi sull’altro canale. E il paese reale, dall’altra parte: verticalmente svantaggiata, diversamente labile, ma col (tele)comando in mano.