radollovich

aprile 29, 2008

Smithersoniana – 3

Filed under: Uncategorized — radollovich @ 5:34 pm

Cittadino romano
(apprezza, mio caro, il caldo tono alla Albertone con cui ti apostrofiamo)
nun hai capito ‘n cazzo
(cogli, ti prego, l’affettuoso timbro alla TomasMilian con cui ti rimbrottiamo)

Troppo impegnato a montare sulla biga del vincitore
(che mo’ – direbbe il compianto Bombolo – so cazzi sua de governà, tzètzè)
hai lasciato a noi questa bega di senatore
(trombato, ma senatore. Una risorsa, dice la Binetti. Uno zombi risorto, altrochè)

Ma non tergiversiamo, cittadino romano
che, ti ripeto, nun hai capito ‘n cazzo.

Volevi l’oculato amministratore ch’avrebbe riempito le buche nelle strade trascurate in passato: lo era.
Volevi il virtuoso padre di famiglia che sarebbe piaciuto al di là e al di qua del Tevere: lo era.
Volevi l’amico del turista e del bottegaio, del mercante e del viandante “pliz visit aur uanderful taun”: lo era.
Volevi il laico converso, il laido inverso, il maido maturo, il pavido sicuro: lo era.
Volevi il sodale del tassinaro e il puparo del pizzardone, la talpa della metro e l’orbo della doppia fila: lo era.
Volevi il doroteo marameo, radicato radicale, laterano laterale: me’ cojoni, lo era.

Certo, la sicurezza.
Certo, i romeni.
E gli albanesi. E i cinesi. E la casbah di piazza Vittorio.
E la gente fighetta che flanella all’Auditorio e la borgata che invece abbraccia il Littorio.

Certo, la criminalità.
Gli sbarchi di clandestini sul Lungotevere.
I polacchi che abbeverano i pullman (e ne lavano i vetri) in piazza SanPietro.
Gli Zingari.
I Zingaretti (quello no, ha vinto, come mai?)
Comunque, ‘tacci vostra, ci stavamo lavorando.
Una vera forza popolare non demonizza il suo avversario,
ma soprattutto trova il nome giusto per il posto giusto.

C’è mancata una ‘nticchia.
Pure tu, però, potevi votarlo.

A Rautelli.

aprile 28, 2008

WeakiPDia – la televisione ombra

Filed under: Uncategorized — radollovich @ 5:38 pm

“All’ombra dei depressi e for dall’urne,
‘nfradiciate de pioggia,
è forse il sonno de li mortacci vostri men duro?”

C’è una buona dose di pragmatismo nell’annuncio di ShadoWalter Veltroni sulla “televisione ombra”: come altro definire la visibilità che i prossimi cinque lunghi estenuanti anni di regime riserveranno all’opposizione?
E c’è, pure, un sano impeto visionario nella proposta di una controprogrammazione alla grancassa mediatica “del principale avversario (chè incidentalmente ci ha le reti e piglia li pesci)”.
E una pulsione creativa nel palinsesto che deve opporsi al conformismo governativo sul “tuttovabene, signora mia”.

Un’idea forte, solare, di come non se ne vedevano dal telesogno di Costanzo-Santoro.

Di questa programmazione poco sappiamo, ma possiamo identificare i punti forti:

L’avita indiretta” rubrica massmedianica di dialogo obliquo con la sibilla cumana del sondaggio (montabis, remontabis non, moriebis imbelle).

L’Italia sul (popolo)Bue” quotidiano di cronaca mera, pei tinelli di chi usa le pattine sulla cera, ha per cena poco cacio ed una pera ed arriva catatonico alla sera

Domenica If” contenitore moloch del dì di festa, lottizzato tra le tre componenti – binettiana, dalemiana, veltroniana – a testimoniare che la storia non si fa coi se, bensì coi “ma anche”

Che tempo, che fake” talk show di controinformazione con argute risposte alle dolorose botte (più dure e durature le botte, però)

L’Astoria in diretta“: risposta radical chic dal loft al comitato, dal panzanarre al meno; e non chiedetevi quale governo, ma a quale ombra me lo meno.

Finiremo come al solito, in un rigurgito radicalelitario, sommersi da improbabili format importati dall’estero.
Noi sull’altro canale. E il paese reale, dall’altra parte: verticalmente svantaggiata, diversamente labile, ma col (tele)comando in mano.

aprile 23, 2008

WeakiPDia – la webboscia come classe dirigente

Filed under: Uncategorized — radollovich @ 10:39 am

 

 Si pone – e qui, quando si tratta di sfogare la dipendenza dall’avverbio, non si riesce a sfuggire alla scimmia della diade “pacatamente, serenamente” – dicevamo, si pone il tema non tanto di captare il consenso di classi sociali ormai obsolete e irredimibili (operaio, impiegato, disoccupato organizzato, immobiliarista del quartierino, il popolo della partita retrIva)…..

 Si pone – e anche qui l’incidentale non riesce a schivare il “lo dico con franchezza” – non tanto il tema di intercettare le istanze di tessuti sociali esposti al Melting Pot con lo stesso armamentario ideologico e simbolico di Pol Pot….

 Si pone – e qui esauriamo il preambolo, armamentario di una vecchia politica in stato di pre-embolo – il tema di costruire il futuro su un gruppo adesso piccolo, minoritario, elitista e etilista, ma che ha in nuce le caratteristiche di una classe dirigente.

 

 Un brain trust cooperativo, una task force implementativa, un team che ha saputo gestire la migrazione dal communism omologative al common creative.

 Un gruppo nuovo e inclusivo che nella sua autoreferenzialità open minded non cerca il suo ossimoro di greppia (da vecchia politica: “ciò che non siamo, comunque lo vogliamo”), ma si fortifica (“trafitto da un raggio di sòla”) nella temporanea sconnessione.

 La sublimazione della valorosa e minoritaria esperienza azionista, come base della nuova piattaforma inazionista (senza rigurgito di autocoscienza onanista).

 

 Ed è a questa nuova mistura pirica ed empirica che urge un leader, un leader pienamente 2.0 (Camera+Senato a loro, zero a noi) che accompagni la webboscia al suo destino di classe dirigente.

 

 Non il bolso e anodino Adinolfi.

 Non il maudit ScalfaRotten (“AnarCiti in the UK”).

 Ma un dinamico e proattivo rappresentante delle nuove professioni, l’uomo che col suo carisma può portarci fuori dai wikoli ciechi, colui che scaccerà i mercanti dal template (e via cazzeggiando).

 

“Avrei preferenza di nerd”

Bartelbyeltroni.

 

aprile 21, 2008

Exhibast- Saudekaffeinata

Filed under: Uncategorized — radollovich @ 4:47 pm

 

 Nobilitando l’arte retriva dell’autosciatto amatoriale, il boemo De Saudek espone al PATTA (Papillione d’Arte Temporanea Tant Alchilo) di Milano una raffinata selezione delle sue immagini.

 Culturalmente ancorato all’acchiappa più che al cool, ambiguamente stregato dal sorriso verticale, ma coerentemente refrattario alla posa plastitica, il nostro si mostra massimamente virtuoso nel pompare mamm’aria fritta nelle giunoniche posture di modelle rubizzose.

 La dialettica pieno-vuoto, turgido-flaccido, ruvido-umido, apparentemente impastoiata nel cogitus interruptus, finisce invece per stemperarsi nella ficromia che ben contrasta con lo scarno corpo cavernoso cha fa da sfondo.

 Non vi è morbosità, nè compiacimento: partito dal complesso adolescenzial-ossessivo della misurazione con l’esposimetro, il nostro arriva a rassicurarsi con un esagerato virtuosismo del diaframma che alfine gli permette di padroneggiare il campo visivo. E se il risultato appare l’ennesima bega mentale su eros e tanatos, si badi invece a come se la sublimena, con tecnica sopraffina e ritmo e vigore.

 

 Partito dal bianco e nero, DeSaudek ci dà dentro di mano manichea, sino a spomparsi in un pittorialismo evirato seppia.

 E se il nostro, indifferente alla bellezza, coglie lo strazio dell’astrazione, non si può non riconoscervi un sentore – quasi ferreriano (ciao, maschio) – di onanità, di vittima sacrificale, di autofucus dell’ape reflexina.

 

 Ricco il catalogo (edizioni Zinna D’Omba), corredato di pastelli per colorare gli spazi.

 Nostalgica madeleine nel paginone centrale, dove, unendo i puntini numerati, si ottiene un account pro di fick®.

 

aprile 18, 2008

CGDCP

Filed under: Uncategorized — radollovich @ 5:05 pm

 

 

Come Giustamente Diceva il Compagno Petunio,

è ora di mettere in discussione la nostra pretesa superiorità antropologica,

per tacere della nostra pretenziosa eccezionalità topologica.

“Veniamo da Lontano” (bravi! siete stanchi?).

“Andiamo Lontano” (bravissimi! ‘n riposino?)

“ ‘Ndo stamo?” (ah, ecco er busillis…)

 

E’ ora di un nuovo Discorso della Montagna.

Ma rivolto a Voi, lassù sulla Montagna (fischia il vento, ancora….)

che Vi credete maggioranza (e Vi trastullate col sermone che elenca le beatitudini)

mentre la massa, dal basso, Vi sfugge,

e Vi porta, con tutta la montagna, da Maomediasetto.

 

E’ ora di affrontare il Bel Paese Reale, miei decadenti centellinatori di Camembert,

di capire che lo Strapaese Reale anima le pagine culturali di Libero (con lo spirito di Goebbels che ancora mette mano al Pistola),

di ammettere che Paese Sera è il trapassato remoto anteriore (chè a lenire il posteriore non bastano i sapidi fescennini che Vi arrivano).

 

Per voi Putin è come Petain, per la ggente – quella che non lepideggia sul “bagaglino culturale delle masse” – Putin va a puttàn. E fa bene.

 

La grandezza di questo neoperonismo, sta proprio nel ritorno alla pulsione elementare:

vabbene la Festa,

ancor meglio Farina,

ma, sopra di tutto, la Sorca.

 

Loro non ragionano per allusioni (un ministro che…, una ministra che…, un omissis qui, un transeat lì).

La ggente sa. E approva.

Quale Paese è più normale di quello in cui un dentista ortodonzista raddrizza l’arcata costituzionale con un porcellum?

Quale martire non è stato prima un rompicoglioni? (dov’è l’incidente lessicale, eh?)

Quale famiglia fondata sul matrimonio non basa i suoi equilibri sulla moglie a casa, la soubrette alla tele, la puttana o il travesta sul marciapiede? Fare ministro l’uno o l’altro, o l’altro/a ancora: cosa cambia? e vogliamo magari biasimare il sincretismo dei più vocati a giostrarsi nei ruoli?

 

A chi frega, diciamolo con onestà, delle magagne della MalaCafregna o delle mattane del Tramonti?

E abbandoniamo, quindi, il giustizialismo di Bonifazi, abbracciamo aderenzialmente il desemplificato Santenocito. Sia la nostra lingua affilata il cilicio dell’autodafè, la giarrettiera dell’autocritica autoreggente.

 

Usciamo dall’universo parallelo di Perky Pat, caliamoci nella goliardica anarchia di Porky’s.

Usciamo dalla torre d’avorio, lottizziamola, affittiamola in nero.

Riordiniamo i nostri scaffali, diamo un ordine cromatico e simbolico ai nostri libri e ai nostri vinili (disposti con artata sciatteria a simulare passione), riconosciamo in loro il vero unico senso di fondale scenico del tinello buono.

 

Scendiamo dalla montagna, proviamo a fare quello che la gente riconosce davvero come carismatico: camminare sulle acque, segare in due la valletta, accavallavaccarsi la roscia del reality, una televendita della Eminflex.

 

Insomma, scavalchiamo Berlusconi per piombargli alle spalle (poi vediamo chi manda a chi gli sfottò col lubrificante).

 

 

Ma soprattutto,

usciamo dalla torre d’avorio.

E facciamolo in fretta.

 

Che fai, ti butti ?

aprile 17, 2008

WeakiPDia – il governo ombra

Filed under: Uncategorized — radollovich @ 10:51 am

 

E ti offro l’ intelligenza degli elettrotecnici
cosi almeno un po’ di luce avrà
il nostro baluginar di governi tecnici
dove la nostra opposizione si scioglierà

 

 

L’idea del Governo Ombra è sintomatica del “nuovo che è avanzato” (d’altronde, a occhetto e croce, cos’è il PD se non un meraviglioso rigurgito della “gioiosa macchina da guerra”?)

 

E sorvoliamo sul fatto che sia materiale di repertorio per calembouristi di formazione Cepu-Bagaglino, in servizio permanente effettivo.

In poche ore è già scattata l’associazione con:

  • Governo Ambra la risposta dei Boncompagni che sbagliano all’esecutivo eterodiretto del paese, con tanto di allusione alla giusta lotta del precariato in cuffietta del call-center
  • Governo Ombrello con ricca fioritura di citazioni altaniane sul tema
  • Governo delle Ombre Cinesi suggestivo esperimento di “famo a capisse”, che affida al linguaggio dei segni (filtrato da idonea luce) la traduzione del programma di governo
  • Governo Platonico insediatosi nelle cantine del famigerato loft, dà l’illusione alla sinistra prigioniera delle proprie ossessioni (e senza espereinza del mondo reale) che quel governo ombra proiettato sul muro sia vero.

 Amerei anche dar credito all’ipotesi cinefila, del Veltroni ossessionato dalla saga dell’Uomo Ombra (Thin Man, 1934: vi dice niente?), e intenzionato a riproporcela tutta.

A partire dall’immortale Dopo il Governo Ombra (After the Thin Man, 1936), Si riparla del Governo Ombra (Another Thin Man, 1939), L’ombra del Governo Ombra (sublime! Shadow of the Thin Man, 1941), Il Governo Ombra torna a casa (in torpedone, credo The Thin Man Goes Home, 1944) e Il canto (del cigno) del Governo Ombra (Song of the Thin Man, 1947).

 

Ma dietro c’è la prova generale della grande trovata (come me l’ha raccontata il Genio della Lampada del Governo Ombra):

prendere luce da destra

per proiettarsi in una posizione di sinistra

 

 

aprile 16, 2008

WeakiPDia – la dottrina asociale della chiesa

Filed under: Uncategorized — radollovich @ 5:43 pm

 

un partito incapace di intercettare i veri umori del paese
deve prodigarsi nella definizione di un pensiero debole
allineato al comune sentire (Gianni Vattimo Fuggente)

 

Superata tutta la retorica cattoclericale del solidarismo e del vecchio magistero sociale, un Partito Democratico veramente calato tra la ggente – e presente nelle taverne del nordest, così come nei rotary del nordest, per tacere dei lupanari di lusso del nordest –  ebbene il Partito deve recepire a fondo la nuova dottrina asociale della Chiesa.

Essenzialmente, la dottrina asociale della Chiesa si fonda sull’equilibrio dei tre cardini trinitari (trentini, entrarono tuttettre trotterellando; e conciliando):

  • l’Uomo, ma già in quanto embrione, purchè bianco eterosessuale, affluente e dotato di almeno una famiglia.
  • il Lavoro, che nobilita l’Uomo (see a’bove)
  • lo Stato: la società organizzata, sì; la garanzia della convivenza individuale, e come no; il perseguimento del bene comune, diamine; ma soprattutto l’otto per mille (sono dieci,in realtà, cosa faccio, lascio?)

Per quanto velocemente compilato su encicliche apocrife (a partire da manoscritti autografi solo adesso scoperti) dal Centro Studi “Winston Bauscia Smith” – legato ad ambienti progressivi della chiesa camuna – il nucleo portante della dottrina asociale è composto da alcuni capisaldi del pensiero umano.

La prima grande enciclica asociale, la Negrum Novarum, si interroga sulla cruciale relazione tra l’inalienabile dignità della persona umana e il giusto compenso. Se (e, diciamo in linea puramente teorica, se) “l’uomo deve essere riconosciuto tale anche quando è retribuito…. e deve avere, quindi, una quantità di salario che gli permetta il giusto sostentamento per sé e per la sua famiglia”, la giusta risposta è il ricorso al lavoro nero. O, come testimoniato dalla consistente evangelizzazione portata avanti sui campi meridionali o tra gli opifici padani, al lavoro del negro.

La non meno nota Quadrigesimo Danno si interroga sul libero mercato, ma poi se ne scorda e, allo scadere dei quarant’anni di servizio, sancisce sì l’ineluttabilità della pensione, ma – avendo assorbito tutti i fondi per l’imminente Giubileo straordinario – propone alternativamente il suicidio dallo scalone (esercizio difficile e necessitante pervicacia e applicazione) o il ripristino della liberalità in forma di elemosina (devolvendone comunque l’ottopermille per la santa stecca).

La definitiva quadratura del corpus teologico matura però nella definitiva esplorazione del conflitto tra i poteri dello Stato, approcciando la scottante questione del potere giudiziario con la celebre enciclica Mater (Incerta) et Magistratura, dove chiaramente – ma con cristiana compassione – si sancisce che la dubbia moralità della genitrice non può non interferire con la serenità del giudizio. Si suggerisce, allora, che l’unica vera vocazione è quella della tonaca, laddove la toga possa e debba essere valorizzata dal libero mercato (senza intaccare i fondi dell’ottopermille per la pia mazzetta)

Il comitato scientifico del Centro Studi “Winston Bauscia Smith” – distratto dalla committenza dellutriana sull’urgente revisione dei libri di testo – non ha ancora messo mano all’ultimo pilastro della saggezza asociale, la Populorum ad Progettum, un’opera dal chiaro impianto progressivo sul tema del co.co.co e della precarietà del lavoro come contrappeso della graniticità della preghiera. Qualunque obiezione vi venga fatta (specie sul borseggio dell’otto per mille) il mantra è “sussidiarietà”.

 

 

 

aprile 15, 2008

Smithersoniana. 2

Filed under: Uncategorized — radollovich @ 9:00 pm

E’ chiaro, compagni, che le contraddizioni del sistema

(per quanto apparentemente risolte nel beffardo esito dell’urna)

sono prossime alla definitiva maturazione.

 

L’apocalittica crisi del subpremier è sotto gli occhi di tutti:

programmi elettorali di dubbio rating

insalsicciati in cartolarizzazioni elettorali di dubbia natura

(e non ce la si venga a menare con l’eccesso di coloranti del nostro arcobaleno)

sono sul punto di palesare la loro indigeribilità democratica.

 

Il default della rappresentatività borghese

vanamente camuffata da opzioni “call my friend” e “put tan’e’soreta”

già affiora nella parlamentosità dell’arranger.

 

Loro festeggiano un nuovo ‘48,

mentre li attende un nuovo ‘29,

e noi qui ad attendere il 4barrato.

 

Ma, compagni, è questione di tempo.

Di perseveranza e di pazienza.

 

Loro la festeggeranno come assenza

ma noi ci saremo

al solito

immanenti ma mai imminenti

 

Perchè noi siamo,

antropologicamente e culturalmente,

i meglio attrezzati.

 

Abbiamo mai fallito un piano quinquennale?

 

Smithersoniana. 1

Filed under: Uncategorized — radollovich @ 8:57 pm

Abbiamo scartato Mastella.

Il continuo cambio di ritmo e di linea, con quella diuturna tensione ad appigliarsi ad una sola unanimistica nota, ebbene, mal si addicevano alla sua monocorde vocalità verace e vorace da maestro di cerimonia (matrimoni, con ricco buffet e omaggi in danaro alla sposa).

 

Abbiamo tenuto a distanza Bertinotti.

Quella voce suadente, la cadenza vagamente esotica, ma a tutt’oggi incapace di arrotare le contraddizioni disarmoniche senza esagerare nell’assolo, ecco, non riuscivano a stemperarsi nella coralità dell’azione.

 

Abbiamo bandito PecoraroScanio.

Quel look da boy band e quell’attitude da boy friend uso a far colpo solo su vecchie suffragette, il suo machismo ambiguo, il suo impegno fasullo.

 

Abbiamo evitato Boselli.

Crooner sfigato da salotto decaduto, inutilmente avvitato nell’attesa di un revival che non tornerà (ciao nani, ciao ballerine).

 

Abbiamo glissato su Rizzo e Diliberto,

Sui cochierenato delle case del popolo, dalle balere ormai vuote, dalle pedane sempre più tristi, e loro tutto un gorgheggio in falsetto, giusto funzionale ai pochi passaggi nel tiggí, mai un messaggio orecchiato dalle masse.

 

E abbiamo inglobato DiPietro, come neanche PeterGabriel coi Tenores di Bitti.

E i radicali come RobertoDeSimone e la Gatta Cenerentola.

E messo più giovani che allo Zecchino d’Oro.

E industriali e operai come in un musical tratto da Brecht e orchestrato da Trovajoli

 

Abbiamo salmodiato con la Binetti e improvvisato con Jovanotti, girato l’Italia in pullman come JacksonBrowne e lanciato il culto della Ragazza Morta.

 

Abbiamo indignato i Village People e fatto proseliti al dopolavoro della Siae

Abbiamo portato la nostra voce giovane ma anche matura, entusiasta ma anche disincantata.

 

Ammettiamo che in questo grande i-PD ideologico è il gradimento popolare a stilare la playlist. E che se dobbiamo sacrificarci per un Luttazzi, che sia Lelio.

 

Per questo non chiediamo la riscrittura delle regole.

Non pretendiamo la soluzione dei conflitti di interesse.

Non inseguiamo il riequilbrio delle cariche istituzionali.

 

Ma, Silvio, cazzo, cinque anni sono tanti.

Ci appalteresti il Festivalbar ?

 

 

 

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